da RADIO MANZO Cari Radiomanzoascoltatori buona sera, buona sera a tutti vorrei presentarvi la prima parte di come facevamo
Come abbiamo preannunciato, eccomi ad annoiarvi con i miei ricordi, riflessioni e considerazioni intorno al nostro paesello che, tutto sommato, di paesello ha solamente la struttura, perché landazzo ed il comportamento generale è di un grande centro con i suoi problemi di traffico, di alloggio e di costo della vita e di menefreghismo diffuso.
Anche come lavoro, ha lanimosità dei grandi centri industrializzati anche se lindustria qua non ha attecchito ( ne sa qualcosa chi ci ha provato). Però, prima di andare più in profondità su questo argomento, penso sia più logico ricordare a voi giovani come facevamo prima della meccanizzazione selvaggia e del sopravvento della tecnologia; almeno in questa prima parte. Apro una piccola parentesi: mi scuso con chi sperava che io parlassi in murriconese ma quello che sto per dire, in moriconese perderebbe la carica. Dicevo che quando non cera il telefonino, cera molta più tranquillità e chi andava in campagna non aveva lassillo di sentire di tanto in tanto Für Elise perché squilla il telefonino. Anche se a volte è di grande utilità il sentirlo!In certi casi, anzi, utilità è riduttivo.
Una volta cera meno tempo libero, dal momento che si partiva per la campagna allalba e si ritornava al tramonto; oggi si parte ugualmente allalba ma una buona percentuale ritorna a pranzo a casa e non sempre si ritorna in campagna, tranne nel periodo delle olive durante il quaale raramente si torna a pranzo a casa. Lavvento del trattore ha reso meno faticoso andare al lavoro ma certamente non meno complicato.
Fino al 1950 o giù di lì,chi fosse stato sveglio per lalba, in special modo chi abitasse al paese vecchio, avrebbe sentito i calpestii della gente frammista a quelli degli animali da soma, passare sotto casa ed allontanarsi con qualche vocio sommesso (cera ancora rispetto per gli altri). La seconda ondata cera poi tra le sette e le otto, quasi in concomitanza con lo scarpettio dei bambini che si recavano a scuola.
Oggi è impensabile unimmagine come queste e solo se si potesse leggere una poesia come questa che vi sto per dire, forse, ci si potrebbe immedesimare. Ecco la poesia:
TRANQUILLITA
Prima che eanu fore cou somaru,
a mmatina sintii llu rumurittu
dei ferri e dei scarpuni cou firrittu,
de quilli che parteanu peu Strepparu.
Però te reddurmii sonni beati,
perché quillari che parteanu doppu,
faceanu un concerto comunoppiu,
coi passi tutti quanti remmischiati.
Mò, cou trattore e coa motosappa,
farrau più prima e parterrau più tardi,
ma quanno da a remessa unu scappa,
tha da sintì llù duddudu pe nora,
finu a che non zò prunti tutti quandi
e laria ngiru de na puzza ddora!
Erano momenti particolarmente difficili per campare agiatamente, però cera una serenità ed un rapporto diverso tra la gente, Non vorrei si pensasse ad un mondo idilliaco, però il vicinato era, salvo qualche eccezione (cè sempre un eccezione in tutte le cose) come una grande famiglia; e la fretta, la prescia, era di pochi esacerbati. Contrariamente ad oggi. Mi viene in mente, a proposito della prescia, fretta se preferite, una poesia che scrissi molti anni fa. Ci chiudo la puntata, Buona notte a tutti e a giovedì prossimo.
LA PRESCIA
(1987)
L'omo, quanno che s'arza la matina,
cia' subbito er penziere de la prescia!
Nun vede l'ora de sprecà benzina
e sputa fumo, come fusse vèscia.
Nun se fa in tempo più a fa le cose,
perché avemio tutto automizzato:1
insino li garofoli e le rose
devono da sbrigasse o c'è er fosfato!
Epperò chi vie' fora ar giorno d'oggi,
deve fa' presto e fasse vecchio prima:
li giuvinotti già so' tutti croggi
la frutta è tutta quanta stricnina.
E tutt'er monno fa 'sta pantomima,
perché cia' prescia de fenì in cantina!







