Nellarticolo di Giggi sui passeri, uno
della mia generazione ed anche della seguente, ci si ritrova dentro col cuore e
con lanima! E devo dire che mi ha risvegliato dei ricordi, oserei dire
affascinanti. E mi ha fatto ripensare il gioco a ccriccà e tajole; anche se,
tutto sommato, non era un gioco vero e proprio, visto che era, appunto, dettato
dalla necessità. Necessità di difendersi dalle invasioni e quella di rimediare della
carne a costo zero, praticamente.
Mi ha fatto ritornare ragazzino, quando,
la maggior parte delle volte, ritornavo a casa con le gambe graffiate per
salire sulle piante a cchiappà i passaraccitti nei nidi e, almeno a me,
sentirmi rimproverare da Maria Irene (mia sorella più grande) perché riportavo sse
pòre bestiole che non thau fattu gnende!, anche perché a lei faceva
impressione spennarli e prepararli per la cottura.
Mentre mamma, che proveniva da famiglia
contadina, mi difendeva e le diceva: Se tu issi a monnà ô ranu, e quanno va a
mete ce ne retrovassi la metà, ô vidirristi qundu so brave bestiole! e
aggiungeva pela sse anime de Dio, e ìnate! e quellanimededio era tutto un
poema!
Mi ricordo che (e non vorrei che mi
accadesse come a Bigazzi col fatto dei gatti) avevamo fatto una squadra che
ogni tre o quattro giorni andavamo, allimbrunire, nei cipressi del Camposanto,
col sacco e a volte riuscivamo a prendere anche i passaracci oltre ai
passaraccitti. Una sera, Aduilio il Camposantaro, accortosi delle nostre
scorribande, si misa a reattu e ci fece prendere uno bello spavento, non
solo per la sua comparsa improvvisa come fosse un fantasma ( e chi ha
conosciuto Aduilio Ferraresi sa di cosa fosse capace di iscenare) ma perché ci
prese i nomi e ci fece credere che ci avrebbe fatto chiamare dai carabinieri.
Poi, invece, la cosa morì così ma noi cambiammo zona di caccia.
E la sera, ci radunavamo una sera a casa
di Tito, una sera nella cantina di Bruno, qualche volta coinvolgevamo la madre
di qualcuno e così, agevolavamo la campagna del grano!.
Sia chiaro, subito dopo la guerra era più
sentita la necessità delluso della caccia al nido per mangiare un po di
carne che farlo quasi per sfizio come, poi, negli anni 50/60 facevamo noi.
A
parte questo, cera rimasta lusanza di andare a prendere gli uccellini nei
nidi per avvezzarli, cioè insegnargli a stare con noi, senza paura. Allora,
poi, non cera tutta questa fobia per la cacatella duccellino in giro per
casa!
Mi
ricordo che a Santunicola, su di un arbiro
(lacero tutore delle viti), ci aveva fotto il nido, per parecchi anni, una famiglia
di passeri completamente bianchi. Li prendevamo (ne covavano solo tre) e li
portavamo a casa e diventavano, fino allautunno, parte della famiglia e dalla
gabbia aperta sul balcone, entravano ed uscivano come volevano e a volte pranzavano
con noi, svolazzando per casa poi, verso settembre prendevano il volo
definitivamente e sparivano. E questo per tre anni, poi sono scomparsi. Ripenso
con una certa nostalgia qui passeri bianchi, dagli occhi e le zampette rossi, di una eleganza unica! E da stupidi, a non
fare nemmeno una fotografia; e sì che, anche se scarsa, io avevo una 4,5/6 da 6
pose! E mi fermo qui che ne avrei da raccontare
sugli esperimenti di addestramento sui passeri: dal traino di carrettini alla
compatibilità gatto-passerotto.
Quello che oggi mi lascia perplesso e vedere
gente che si arrabbia e scandalizza per una fatta di piccione sulla macchina ma
non si cura quella fatta dal suo cane vicino la macchina o chi sinfila il
guanto (quando lo fa) per raccoglierla!
Pierluigi Camilli