PASSERI di Luigi Filippetta


  Odiavamo i passeri. Li odiavo anche io da ragazzo, anche se noi di casa non seminavamo il grano, perché avevamo le pecore. Odiavamo i passeri, tanto da chiamarli comunemente “passaracci” e non passeri, perché si arrampicavano sulle spighe di grano e ne mangiavano i chicchi.

  Il grano era prezioso per tutte le famiglie, era il segno dell’abbondanza. Con la farina le mamme facevano il pane, ogni otto giorni; pagnotte profumate di forno, di fuoco di frasche di leccio e di quercia, il primo giorno; poi via via il pane si faceva sempre meno odoroso e sempre più duro; poi solo buono per le zuppe; zuppe con ogni ben di Dio, con le erbe di campo, con i legumi, soprattutto con i fagioli.

    Con la farina e l’acqua le mamme impastavano le pizze, che poi cuocevano sotto la brace o fritte, quando finiva il pane prima degli otto giorni; e quasi ogni giorno ci facevano “sagnozzi” di acqua e farina, da cuocere nell’acqua, conditi con un battuto o con due pomodori e una piantina di sedano; ed anche maccheroni fatti con le uova, quando ce n’erano a primavera nei giorni di festa.

  Il grano era prezioso e se ne raccoglieva sempre poco, allora. Perciò i passeri erano odiati, e a maggio si mettevano in mezzo ai campi di grano gli spaventapasseri, fatti di paglia e stracci, per tenerli lontani. Inutilmente. E allora si appostava in ogni campo di grano una donna o un ragazzo a percuotere barattoli metallici vuoti, per impaurirli e scacciarli col frastuono: a volte sembrava che ci fosse un concerto di ferrame con tutto quel battere di lamiere di latta su tutte le colline del paese.

   L’odio per i passeri tornava utile per alcuni a giugno, quando si potevano acchiappare i loro piccoli nei nidi, quando erano cresciuti e già pronti per il volo, per cucinarli nel sugo per i maccheroni all’uovo nei giorni di festa. Ma tornava anche più utile in inverno, quando essi erano infreddoliti e sempre in cerca di qualche granello da beccare, per cui svolavano qua e là come disperati.

   Allora si mettevano tagliole fatte di fili d’acciaio a molla, col grilletto su cui s’infilava un pezzetto di pane o anche un chicco di granturco. Si nascondeva  la tagliola con terra fine, perché i passeri sono furbi, e cautamente, prima di beccare il pezzetto di pane, ci giravano intorno cercando di scoprirne l’inganno. Molto più furba però era la cutrettola, che chiamavamo “codazinzula” per il fatto che muove continuamente la coda, perché prima di beccare l’esca, si girava e la smuoveva con la coda, facendo scattare a vuoto la tagliola e volandosene via, spaventata ma salva.

  Erano soprattutto i ragazzi a mettere le tagliole per prendere i passeri, anche se questa caccia era proibita. Apparentemente lo facevano quasi per gioco, ma poi li portavano alle mamme, che li spiumavano e ci facevano il sugo per i maccheroni.

  Anche io, pure se noi non avevamo bisogno di uccelletti per il sugo, perché in famiglia, oltre alle pecore avevamo anche una piccola macelleria, anche io mettevo le tagliole sulla piazza per prendere passeri, davanti casa, d’inverno, quando faceva freddo;  poi mi mettevo di guardia a spiare dai vetri della finestra, con l’ansia di vedere i passeri alla ricerca di cibo intorno alla tagliola. E ci andavo di corsa, quando qualche passero beccava l’esca e faceva scattare la tagliola, che lo prendeva per il collo e quello si dibatteva  con le ali e garriva di dolore. Allora io mi precipitavo, col cuore in gola quasi come il passero morente, lo liberavo dai ferretti che lo stringevano e lo sbattevo di colpo sulla terra per finirlo; poi come un cacciatore primitivo me ne tornavo a casa col trionfo della preda in mano.

  E’ passato il tempo ed è cambiato il mondo. Anche io sono cambiato; sono diventato vecchio e nel nostro mondo i passeri sono diventati pochi. Pochi come le rondini e come gli altri uccelli, che un tempo arricchivano i nostri cieli di voli e di canti. E per noi ci sono allevamenti di ogni genere di animali, e ci sono i supermercati in cui tutti, oggi, possono comprare carne di ogni genere.

  Ora chi mette più le tagliole e chi va più a caccia di nidi per prendere gli uccelli, come si faceva al tempo di noi ragazzi? Andiamo loro in soccorso, invece. E ne abbiamo pena, vedendoli cosi fragili e pochi, che svolano qua e là fra le nostre case e fra gli alberi dei pochi giardini e delle piazze. Giacché il grano da noi non si semina più, ma si mettono veleni per far crescere più belle le ciliegie e ammazzare le mosche olearie. E si finisce col togliere cibo vitale alle rondini, ai passeri, ai fringuelli e ai cardellini.

  A me e a mia moglie  è capitato di vederli sul nostro balcone in cerca di cibo nei giorni più freddi d’inverno; e ne abbiamo avuto pietà a vederli così minuti e arruffati nelle piume controvento. Gli abbiamo messo granelli d’orzo perlato e di farro, assieme a biscotti sbriciolati. Sono venuti con grandissima diffidenza e cautela; hanno mangiato i biscotti, ma non hanno toccato neanche un chicco di farro e di orzo. Li ho osservati ed ho visto che non hanno più il becco robusto come quello dei loro ascendenti granivori, ma sottile e debole come quello degli altri uccelli insettivori.

   Abbiamo continuato a mettere sul balcone briciole di biscotti e anche di fette biscottate. Ed essi hanno continuato a mangiarne, sempre diffidenti e con grande cautela, ma sempre più numerosi. Li abbiamo osservati: davano due beccate, poi guardavano rapidamente di qua e di là e in alto, poi davano altre due beccate e di nuovo guardavano cautamente in alto e di qua e di là, poi ancora rubavano un pezzetto e svolavano via, sempre con la paura di essere ghermiti da noi uomini o dai rapaci.

   Finché si sono trovati più a loro agio, più tranquilli se non più sicuri, e non hanno più avuta tanto paura di noi, anche se sono rimasti assai guardinghi. A primavera li abbiamo visti allegri; hanno cominciato a farsi diversi segnali, apprendo le ali e vibrandole velocissime da fermi. Poi ci hanno sorpresi: uno beccava le briciole e le offriva ad un altro che apriva a sua volta il becco per ingoiarle; poi anche quest’altro beccava briciole e le offriva ad altri sopravvenuti. Da brividi per noi, allibiti: vergognosi di noi stessi.

   Le idee correvano e si accavallano nella mia mente, sorpresa e stravolta per così tanto affetto che legava tra loro quegli animaletti. Mi rivedevo con la tagliola e rivedevo i nidi depredati. Mi tornava in mente l’insegnamento secondo cui tutto è stato creato in funzione dell’uomo, dell’uomo che ha un anima mentre gli animali sono senz’anima; per cui non solo possiamo mangiarli, ma anche considerarli senza sentimenti, fatti di solo istinto, senza affetti: animali, solo animali, come diciamo noi ai nostri simili quando si comportano malvagiamente.

  E invece i veri animali siamo noi. Il vero animale ero stato anche io, nella mia incoscienza nel tendere la tagliola, quando prendevo i passeri e li schioppavo per terra. Ed ora mi vengono i brividi a pensarci.

 

                                               Luigi  Filippetta



 
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