Odiavamo i passeri. Li odiavo anche io da
ragazzo, anche se noi di casa non seminavamo il grano, perché avevamo le
pecore. Odiavamo i passeri, tanto da chiamarli comunemente passaracci e non
passeri, perché si arrampicavano sulle spighe di grano e ne mangiavano i
chicchi.
Il grano era prezioso per tutte le famiglie,
era il segno dellabbondanza. Con la farina le mamme facevano il pane, ogni
otto giorni; pagnotte profumate di forno, di fuoco di frasche di leccio e di
quercia, il primo giorno; poi via via il pane si faceva sempre meno odoroso e
sempre più duro; poi solo buono per le zuppe; zuppe con ogni ben di Dio, con le
erbe di campo, con i legumi, soprattutto con i fagioli.
Con la farina e lacqua le mamme
impastavano le pizze, che poi cuocevano sotto la brace o fritte, quando finiva
il pane prima degli otto giorni; e quasi ogni giorno ci facevano sagnozzi di
acqua e farina, da cuocere nellacqua, conditi con un battuto o con due
pomodori e una piantina di sedano; ed anche maccheroni fatti con le uova,
quando ce nerano a primavera nei giorni di festa.
Il grano era prezioso e se ne raccoglieva
sempre poco, allora. Perciò i passeri erano odiati, e a maggio si mettevano in
mezzo ai campi di grano gli spaventapasseri, fatti di paglia e stracci, per
tenerli lontani. Inutilmente. E allora si appostava in ogni campo di grano una
donna o un ragazzo a percuotere barattoli metallici vuoti, per impaurirli e
scacciarli col frastuono: a volte sembrava che ci fosse un concerto di ferrame
con tutto quel battere di lamiere di latta su tutte le colline del paese.
Lodio per i passeri tornava utile per
alcuni a giugno, quando si potevano acchiappare i loro piccoli nei nidi, quando
erano cresciuti e già pronti per il volo, per cucinarli nel sugo per i
maccheroni alluovo nei giorni di festa. Ma tornava anche più utile in inverno,
quando essi erano infreddoliti e sempre in cerca di qualche granello da
beccare, per cui svolavano qua e là come disperati.
Allora si mettevano tagliole fatte di fili
dacciaio a molla, col grilletto su cui sinfilava un pezzetto di pane o anche
un chicco di granturco. Si nascondeva la
tagliola con terra fine, perché i passeri sono furbi, e cautamente, prima di
beccare il pezzetto di pane, ci giravano intorno cercando di scoprirne
linganno. Molto più furba però era la cutrettola, che chiamavamo codazinzula
per il fatto che muove continuamente la coda, perché prima di beccare lesca,
si girava e la smuoveva con la coda, facendo scattare a vuoto la tagliola e
volandosene via, spaventata ma salva.
Erano soprattutto i ragazzi a mettere le
tagliole per prendere i passeri, anche se questa caccia era proibita.
Apparentemente lo facevano quasi per gioco, ma poi li portavano alle mamme, che
li spiumavano e ci facevano il sugo per i maccheroni.
Anche io, pure se noi non avevamo bisogno di
uccelletti per il sugo, perché in famiglia, oltre alle pecore avevamo anche una
piccola macelleria, anche io mettevo le tagliole sulla piazza per prendere
passeri, davanti casa, dinverno, quando faceva freddo; poi mi mettevo di guardia a spiare dai vetri
della finestra, con lansia di vedere i passeri alla ricerca di cibo intorno
alla tagliola. E ci andavo di corsa, quando qualche passero beccava lesca e
faceva scattare la tagliola, che lo prendeva per il collo e quello si
dibatteva con le ali e garriva di
dolore. Allora io mi precipitavo, col cuore in gola quasi come il passero
morente, lo liberavo dai ferretti che lo stringevano e lo sbattevo di colpo
sulla terra per finirlo; poi come un cacciatore primitivo me ne tornavo a casa
col trionfo della preda in mano.
E passato il tempo ed è cambiato il mondo.
Anche io sono cambiato; sono diventato vecchio e nel nostro mondo i passeri
sono diventati pochi. Pochi come le rondini e come gli altri uccelli, che un
tempo arricchivano i nostri cieli di voli e di canti. E per noi ci sono
allevamenti di ogni genere di animali, e ci sono i supermercati in cui tutti,
oggi, possono comprare carne di ogni genere.
Ora chi mette più le tagliole e chi va più a
caccia di nidi per prendere gli uccelli, come si faceva al tempo di noi
ragazzi? Andiamo loro in soccorso, invece. E ne abbiamo pena, vedendoli cosi
fragili e pochi, che svolano qua e là fra le nostre case e fra gli alberi dei
pochi giardini e delle piazze. Giacché il grano da noi non si semina più, ma si
mettono veleni per far crescere più belle le ciliegie e ammazzare le mosche
olearie. E si finisce col togliere cibo vitale alle rondini, ai passeri, ai
fringuelli e ai cardellini.
A me e a mia moglie è capitato di vederli sul nostro balcone in
cerca di cibo nei giorni più freddi dinverno; e ne abbiamo avuto pietà a
vederli così minuti e arruffati nelle piume controvento. Gli abbiamo messo
granelli dorzo perlato e di farro, assieme a biscotti sbriciolati. Sono venuti
con grandissima diffidenza e cautela; hanno mangiato i biscotti, ma non hanno
toccato neanche un chicco di farro e di orzo. Li ho osservati ed ho visto che
non hanno più il becco robusto come quello dei loro ascendenti granivori, ma sottile
e debole come quello degli altri uccelli insettivori.
Abbiamo continuato a mettere sul balcone
briciole di biscotti e anche di fette biscottate. Ed essi hanno continuato a
mangiarne, sempre diffidenti e con grande cautela, ma sempre più numerosi. Li
abbiamo osservati: davano due beccate, poi guardavano rapidamente di qua e di
là e in alto, poi davano altre due beccate e di nuovo guardavano cautamente in
alto e di qua e di là, poi ancora rubavano un pezzetto e svolavano via, sempre
con la paura di essere ghermiti da noi uomini o dai rapaci.
Finché si sono trovati più a loro agio, più
tranquilli se non più sicuri, e non hanno più avuta tanto paura di noi, anche
se sono rimasti assai guardinghi. A primavera li abbiamo visti allegri; hanno
cominciato a farsi diversi segnali, apprendo le ali e vibrandole velocissime da
fermi. Poi ci hanno sorpresi: uno beccava le briciole e le offriva ad un altro
che apriva a sua volta il becco per ingoiarle; poi anche questaltro beccava
briciole e le offriva ad altri sopravvenuti. Da brividi per noi, allibiti:
vergognosi di noi stessi.
Le idee correvano e si accavallano nella mia
mente, sorpresa e stravolta per così tanto affetto che legava tra loro quegli
animaletti. Mi rivedevo con la tagliola e rivedevo i nidi depredati. Mi tornava
in mente linsegnamento secondo cui tutto è stato creato in funzione delluomo,
delluomo che ha un anima mentre gli animali sono senzanima; per cui non solo
possiamo mangiarli, ma anche considerarli senza sentimenti, fatti di solo istinto,
senza affetti: animali, solo animali, come diciamo noi ai nostri simili quando
si comportano malvagiamente.
E invece i veri animali siamo noi. Il vero
animale ero stato anche io, nella mia incoscienza nel tendere la tagliola,
quando prendevo i passeri e li schioppavo per terra. Ed ora mi vengono i
brividi a pensarci.
Luigi Filippetta